Ci sono personaggi cha hanno fatto la storia, ma di cui
i libri di storia non si occupano affatto. Eppure essi hanno rivoluzionato
il modo di vedere le cose e con l’esempio della loro vita hanno portato
cambiamenti radicali nel nostro modo di agire, come è il caso di San Camillo de
Lellis nel campo della cura e assistenza ai malati. San Camillo conosceva
perfettamente la situazione degli ospedali del suo tempo (siamo alla fine del
1.500). A poco più di vent’anni era stato all’ospedale “San Giacomo degli
Incurabili”, a Roma, prima ricoverato per una piaga al piede destro, poi assunto
come inserviente, infine nominato maestro di casa, ossia economo generale e
responsabile del personale. A parte le carenze dal punto di vista medico e
terapeutico, era impressionante la negligenza con la quale i ricoverati erano
trattati dagli infermieri che non erano assolutamente preparati e senza
motivazioni. I malati erano abbandonati senza pulizia nel loro letto, a
volte senza cibo e senza bevanda. Capitava persino che i pazienti più gravi
venissero trasportati alla cella mortuaria ancora in vita e che gli infermieri
non fossero altro che dei detenuti condannati a scontare una pena. Quindi
possiamo immaginare con che indifferenza attendessero i malati che gli erano
affidati. In Camillo nacque così l’idea di dar vita a una compagnia di
uomini pii e da bene che si impegnassero come lui ad assistere gli infermi solo
per amore a Dio. Diceva spesso Camillo ai suoi compagni: “I poveri infermi
sono pupilla e cuore di Dio. Quello che facciamo a questi poverelli, lo facciamo
allo stesso Dio. Dovete assistere i malati con lo stesso affetto che suole una
madre amorevole avere per il suo unico figlioletto infermo”. Chiedeva attenzione
al cibo e alla pulizia, cura nel medicare le piaghe, nel rifare bene i letti, si
preoccupava che d’inverno i ricoverati non soffrissero troppo il freddo e per
questo insisteva che fossero date loro maglie di lana e un berretto… Uno dei
meriti di Camillo è sicuramente quello di aver avviato una metodologia di
insegnamento dell’arte di servire gli infermi in un’epoca in cui non esistevano
scuole di formazione professionale. Il suo modo di assistere i malati sarà
definito più tardi dal Papa Paolo Sesto “una nuova scuola di carità”. A
Camillo de Lellis va anche riconosciuto il merito di aver inventato la Croce
Rossa. Nel 1595 per la prima volta accompagnò a Trento un gruppo di suoi
religiosi destinati ad assistere i feriti nella campagna d’Ungheria contro i
Turchi. Essi dovevano organizzare ospedali, ospedaletti di campo e il trasporto
dei feriti. Si ritiene che la Croce Rossa sia apparsa per la prima volta in
un campo di battaglia a Solferino nel 1859, durante la seconda guerra
d’indipendenza italiana e che sia stata una creazione dello svizzero Henry
Dunant, pastore protestante. La verità è che a Solferino parteciparono al
servizio sanitario volontario, come già prima in tante altre battaglie, anche
circa cento religiosi camilliani, la cui veste nera ha proprio sul petto una
croce rossa. Nell’assistenza sanitaria c’è un curare che è quello che fa
soprattutto il personale sanitario cercando di rimuovere le cause della malattia
per ripristinare nella persona lo stato di salute che godeva prima. Però c’è
anche un prendersi cura che consiste nell’accompagnare il malato, nel non
lasciarlo solo, nell’avere premura, nell’essere attenti ai suoi bisogni e
sentimenti, nel condividere con lui il peso della sofferenza e della malattia.
San Camillo ci insegna oggi che non basta curare, è necessario anche
prendersi cura della persona che soffre. Non bastano l’intelligenza, la
scienza e la tecnica, è necessaria anche la fede e il cuore. Oggi agli
operatori sanitari e a ciascuno di noi ripeterebbe quello che spesso diceva ai
suoi collaboratori: “Più cuore in quelle mani, fratello, più cuore”.